Troppa gente sulla spiaggia.

L’esibizione sarebbe iniziata a breve e lei non era pronta.

Era nascosta nel cesso del locale, chiamarlo bagno era troppo, in piedi al centro della stanza per non toccare nulla. Con una mano reggeva l’abito, perché non arrivasse a terra e con l’altra i ventagli di piume.

Adesso faceva più o meno la contorsionista. Adesso, non è che lo fosse da tempo o per passione. Aveva messo a frutto le vecchie lezioni di ginnastica acrobatica delle medie e il fatto che il fisico le reggesse ancora. Si era messa d’impegno per recuperare un po’ di elasticità e si era inventata un piccolo show a metà tra il burlesque e il fachirismo.

Con un’amica aveva creato 3 costumi di scena con lustrini, paillette, piume di struzzo. Anni ’20 con un pizzico di zoccolaggine contemporanea. Piume rosse e tessuti crema, i colori che odiava, ma che meglio si adattavano alla sua pelle e ai suoi capelli scuri.

Vendeva i suoi spettacoli alle band che suonavano swing e jazz, un cameo coreografico da aggiungere ai loro concerti. E poi un po’ di figa fa sempre colore. Lei non era poi questa gran figa, ma conciata così faceva la sua figura.

I numeri erano 3, come i costumi. Il più stancante era quello con i ventagli di piume. Avevano un raggio di 70 cm e il peso era notevole. Tenerli sollevati, farli volteggiare e muoverli era faticoso e mentre si esibiva stringeva i denti pensando a quanto le avrebbe fatto bene per quella pellaccia molle sotto le braccia. Poi c’era il numero con i vetri. Quello sì che era d’effetto. Metteva al centro del palco un bel tappeto a pelo raso con sopra uno strato di cocci di vetro. Arrivava in scena con una vestaglia di seta rossa sopra un body da urlo. Si spogliava un po’ ammiccante, si accendeva una sigaretta che pendeva da un lungo bocchino nero e poi faceva un po’ di esercizi sui vetri. Alla fine era stretching, lo fanno tutti in palestra. Solo che sui vetri, con la musica e con la sigaretta i suoi movimenti erano incantevoli. Il segreto stava nell’aver levigato un pochino i bordi dei cocci e nell’appoggiarsi senza strusciarci sopra. Oddio, si era tagliata svariate volte, ma non le dispiaceva suscitare stupore quando il pubblico notava i taglietti sulle gambe o intravedeva un po’ di sangue. Alla fine nella vita aveva sopportato ben più di due taglietti e un po’ di dolore non faceva poi così male.

Di tutte le volte che si era reinventata questa era di sicuro la più originale.

Preferiva un pubblico numeroso. Quando la gente era poca riusciva a guardare le persone negli occhi, vederne le espressioni e le dava fastidio. Sentiva gli sguardi sulla pelle e lei non era un animale da palcoscenico. Aveva solo bisogno di soldi.

Per trovare coraggio e concentrazione pensava a un paio di cose, oltre ai benefici sulla sua forma fisica. Pensava al suono della batteria della musica. Al battere del ritmo. Le dava il tempo e la teneva distante dal resto.

Poi pensava di essere sul bagnasciuga. Come in quei video che si trovano in rete dove tipe bellissime fanno yoga in riva al mare. Spiaggia deserta, mare placido e lei che si esibiva di fronte a un uomo. Il suo. Un uomo seduto a gambe incrociate che le sorrideva, si godeva lo spettacolo mangiandola con gli occhi e con tutto quanto e che riassumeva quello che lei nel corso della sua vita, non brevissima, aveva accumulato come desideri nei confronti del sesso opposto.

Un uomo perfetto che nella realtà non esisteva, naturalmente. Nessuno ci era mai andato neanche vicino all’esserlo un po’.

Stasera però qualcosa non funzionava. Era sul palco ed era nervosa. Sulla spiaggia era seduto qualcuno. Non era l’uomo perfetto e non era il suo, ma stava seduto lì e non se ne andava.

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