Soldini e sfanculi.

Un soldino per i tuoi pensieri. Era il nostro modo di cominciare conversazioni infinite, spesso notturne. L’avevo scritto io per la prima volta e ti era piaciuto tanto. (Così tanto che lo hai usato con tutte le altre.)

Mi davi appuntamenti telefonici precisi e spaccavi il minuto. Mi dicevi “ti chiamo domani alle 18:27” e così facevi. (Forse puntavi la sveglia, all’epoca il tuo nokia ne aveva solo 4. Potevano essere tante o poche, dipende.)

Riuscivi a leggermi nel pensiero, eri incredibile. I miei umori, le mie attese, i miei sospiri, le mie parole. Tu sapevi sempre tutto. (Non era tanto incredibile. Io avevo 25 anni, tu 45.)

Mi mandavi i tuoi scritti, le tue composizioni. E divoravi tutto ciò che scrivevo per te. (Divoravi, rigurgitavi e inviavi le mie cose alle altre, cambiando i pronomi dove serviva e firmandole con amore, tuo.)

A volte mi chiamavi, non dicevi nulla e ti mettevi a suonare, provavi cose vecchie o improvvisavi, da solo o in compagnia di amici. Mi lasciavi lì ad ascoltare per minuti interi. Io mi fermavo, tutto si fermava, mi dedicavo a te e a ricevere quel regalo meraviglioso.

Alla mezzanotte del 31 dicembre 1998 mi hai mandato 12 sms, uno dietro l’altro. Io avevo un fottuto motorola e la memoria piena. Era sempre piena, lo è stata per un anno quasi e ricopiavo a mano tutti i messaggi su un quadernino. I tuoi con penna nera i miei con penna blu, così la lettura era più facile. Avevo molto da fare ogni giorno, ricopiare tutto per non perdere neanche una parola. (Quando ho saputo che eravamo una decina, circa, contemporanee, mi sono chiesta dove trovassi tu tutto quel tempo.)

A volte mi sgridavi perché ero debole. Mi volevi forte, con le palle, quelle palle che avevo ma tenevo nascoste, dicevi. Dicevi anche avessi lo sguardo fiero, intrepido, sfacciato. E il più dolce e fragile che avessi mai visto. (Calcolando quanti ne hai visti, lo prendo come un complimento.)

Mi raccontavi il tuo passato. I tuoi progetti. I problemi di salute di tua moglie. Volevi sapere tutto di me. E io tutto ti dicevo.

Decidevi tu se vedermi o no. Volavo a un tuo cenno. Emozionata. Non mi sei mai mancato in quel periodo. Ti pensavo talmente tanto che pensavo anche per te.

Quando poi ho scoperto l’affollamento, diciamo, per poco non svengo, davvero. Ho chiesto spiegazioni, volevo capire, mi hai mandata affanculo. Le ho chieste un anno dopo di persona. Non mi hai quasi parlato e il tuo gelo era mortale.

Ti ho rivisto dopo 6/7 anni. Abbiamo chiacchierato del più e del meno. Speravo mi chiedessi scusa ma non l’hai fatto e io non l’ho domandato.

Negli ultimi anni ci siamo scritti cose da grandi seri.

Mannaggia quanto ero innamorata di te e mannaggia quanto mi hai preso per il culo.

Quanta rabbia e tristezza. Mi sono sentita scuoiata, spremuta e prosciugata.

Non ho scritto per anni. E neanche respirato a dire il vero. L’unica cosa positiva che mi hai lasciato è stata ICQ. Fatti un’idea. La produzione in serie è quello che mi ha stroncato. In realtà non ho mai pensato venissi a prendermi su un cavallo bianco, semplicemente credevo nell’autenticità delle cose.

Non è stato il massimo averti conosciuto.

La pelle mi è ricresciuta, anche se è più sensibile al tatto. Ho capito la mia ingenuità. Che le parole sono tremende. Che la tua fame di cose altrui forse ti serviva per essere quello che eri. Ho capito il tuo gioco, per il quale io non ero pronta. Il tuo non aver mai fatto sesso, ma andarci sempre a un passo di distanza. Lo pativo molto, ammetto, ma compensavi con le parole. Eri un precursore della virtualità di oggi.

Sono passati quasi 20 anni. Ho sempre pensato che un giorno avremmo parlato di tutto questo davanti alla solita birra. Io ti avrei dato dello stronzo, tu ne avresti riso, io pure. Sarebbe servito. A me sicuramente e forse a tutti e due.

Sei andato via prima che succedesse. Mi dispiace.

Alla fine è proprio così: poi si muore. O muori tu o muoiono gli altri. E tutte le parole non dette e le cose non fatte restano ferme e non vanno più da nessuna parte.

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3 pensieri su “Soldini e sfanculi.

  1. scirli,
    io continuo a non capire cosa ci fosse di tanto affascinante in una persona che, evidentemente, nei vostri confronti nutriva giusto una certa voglia di distruggervi – uno per il quale eravate giusto una minuscola, deliziosa ma irrilevante sorgente di ammirazione. un giocattolo fra le dita. capisco anche che non sapevate di essere uno dei 15 giocattoli con cui giocava in quel momento, eh; però anche essere l’unico giocattolo di qualcuno non è il massimo della vita.
    del resto avete le vostre ragioni: avevamo 25 anni a testa (lui aveva allora gli anni che ho io adesso e per fortuna non sono diventato così) ed era nostro diritto sbagliare e cascarci.

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