751

La osservava da 751 giorni.

Settecentocinquantuno giorni prima aveva cambiato ufficio ed era finito in una grande stanza, con una ventina di postazioni. Lei ne occupava una, lui anche e dalla sua riusciva a vedere il suo lato destro.

L’aveva soprannominata Amantica. Perché la immaginava come un’amante, calda e passionale. Perché aveva qualcosa di una mantide, forse le braccia sottili o il portamento. Perché sembrava romantica, nevrotica, simpatica, dispotica e tante altre parole che finivano con -ica. Tra cui fica, anche.

Amantica. Amy.

Dal primo giorno aveva apprezzato la visuale, sorpreso di quante cose potesse rivelare il lato destro di Amy.

Aveva catalogato le tre posture tipiche che assumeva alla scrivania, davanti al portatile: gambe accavallate e attorcigliate, con variante schiena dritta e leggermente protesa verso lo schermo oppure un po’ curva. Con la schiena dritta stava facendo qualcosa di interessante, altrimenti era annoiata. Se aveva il piede destro infilato tra la sedia e la coscia sinistra era concentratissima ed efficiente. Gambe aperte, anche distese, spalle appoggiate allo schienale, sedia tutta sotto il tavolo e scrittura a braccia distese: scazzo totale.

Con la mano destra si attorcigliava i capelli. Invece appoggiava il viso sempre sul palmo della mano sinistra.

L’aveva vista euforica, distrutta, nervosa, allegra, affranta, triste, innamorata, affamata, agitata, stanca, pensierosa. Raramente felice davvero.

Sapeva se avesse un appuntamento dopo l’ufficio, perché prima di uscire spariva in bagno e tornava con occhi più intensi e labbra colorate. In alcuni casi anche con cambio d’abito. Non era mai appariscente e la sua trasformazione era sempre in sordina, ma lui aveva occhio fino. Sapeva pure quando aveva le mestruazioni, per le occhiaie diverse dalle solite e per la pochette che si portava in bagno, diversa da quella dei trucchi.

Da come accendeva il computer al mattino e sistemava le sue cose, capiva se avesse dormito o no. Capiva anche se avesse fatto tardi per insonnia o diletto. Se poi aveva passato la notte a fare sesso lo capiva dal suo sguardo. Una volta, oltre allo sguardo da sesso, aveva anche lividi sul braccio: la presa stretta di una mano.

L’aveva scopata mille volte. In bagno, con lei appoggiata al lavandino, veloce e anche un po’ brutale. Sul divano della reception, lentamente. Sulla scrivania. Sulla poltrona di pelle del capo. Per le scale. L’aveva fatta scendere con la testa tra le gambe mentre lavorava.

Nella realtà si parlavano appena. Aveva incontrato Amy un paio di volte fuori, di sera e si erano solo salutati, lei aveva sorriso, spontanea. Aveva preso quel sorriso e l’aveva tenuto stretto per un po’.

In ufficio era capitato qualche scambio alla macchinetta del caffè.

Un giorno le aveva lasciato un cioccolatino sulla scrivania. Lei aveva indagato un po’ per capire chi fosse stato e poi, scrollando le spalle, l’aveva mangiato.

Ogni tanto si divertiva a spostare le sue cose e metterle su altre scrivanie. Così Amy si alzava e girava per l’ufficio alla ricerca di  forbici, pinzatrice, evidenziatori. A lui piaceva vederla gironzolare.

Di giorno la assorbiva e di notte la sputava fuori per mettersela sulla pelle.

Non avevano mai lavorato insieme, purtroppo, o forse menomale. La vedeva lavorare con gli altri: era gentile e divertente, se le persone le andavano a genio. Altrimenti sapeva essere un muro.

Amy. stronza, snob. Deliziosa, tenera. A volte avrebbe voluto abbracciarla stretta stretta, per sussurrarle all’orecchio che sarebbe andato tutto bene, accarezzandole i capelli e la schiena. Altre volte l’avrebbe bloccata contro il muro per infilarle le mani sotto i vestiti.

D’estate Amy si toglieva le scarpe e si dimenticava di rimetterle, quindi andava in giro a piedi nudi. Aveva piedi e caviglie sottili.

Sentiva di conoscerla bene perché la sua era una conoscenza da osservazione, quasi scientifica. Come un bird watcher prendeva appunti, segnava su un’agenda ciò che riteneva importante. Le risate migliori, le chat ossessive, i cambi d’abito pre-appuntamento, il ciclo, il sesso della sera prima, gli occhi gonfi, i pranzi veloci davanti al computer, le giornate con più di 3 telefonate ricevute. Aveva trasformato questi dati in un grafico, usando colori diversi, senza legenda. Linee colorate si inseguivano con picchi a volte collegati a volte no. Solo lui ne vedeva la bellezza.

Poi, un venerdì, dopo 751 giorni, comunicarono a Amy che avrebbe cambiato gruppo di lavoro. Una buona notizia per lei. Già il lunedì successivo la sua postazione sarebbe stata poche stanze più in là. Avrebbe potuto spostare le sue cose il lunedì stesso.

Amy quel venerdì uscì alle 18 precise, lui aspettò di restare solo, stampò una copia del grafico che solo lui sapeva decifrare e la infilò nel computer chiuso di Amy.

Il lunedì mattina fece un po’ tardi e al suo arrivo Amy e le sue cose non c’erano più. Era di là. Andata.

Al suo posto un ragazzone dai capelli rossi, uno stagista imbarazzato col completo buono. Sedeva in modo strano, a gambe chiuse e con l’indice destro sistemava gli occhiali ogni 3 minuti, massimo 4.

 

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