Il tempo è relativamente nammerda.

Una volta ho aspettato un tizio per più di 2 ore, ferma davanti all’entrata di un SevenEleven, a Londra.


Vivevo lì da un po’, lavoravo in un fast-food e seguivo un corso di inglese. L’insegnante era piuttosto friendly con le ragazze (con tutte, dalle italiane alle giapponesi, diciamo che per lui, piacente trentenne, era un po’ come praticare la pesca a strascico). Una sera, al pub, dopo la lezione del venerdì, mi aveva incastonato sulla parete del corridoio che portava al bagno e mi aveva dato un appuntamento per il giorno dopo. Alle 18 davanti al negozio. Sono arrivata in ritardo di 10 minuti, come solo una femmina può fare. Non c’era. Ho aspettato fino alle 19, pensando di aver capito male l’ora visto il mio inglese approssimativo. Poi fino alle 19:10 per un margine di ritardo di 10 minuti che avrei concesso. Poi ho aspettato fino alle 20 pensando che fosse assurdo non presentarsi a un appuntamento e molto probabilmente c’era stato qualche imprevisto. Poi fino alle 20:10 per un margine di ritardo di 10 minuti che avrei concesso. Poi fino alle 20:30 per sicurezza. Poi sono entrata in un pub lì vicino, mi sono bevuta due medie a stomaco vuoto e sono tornata a casa. Il lunedì, quando l’ho rivisto, mi ha detto candidamente di essere passato alle 18, non avermi vista ed essere andato via. Non aveva contemplato i 15 minuti accademici. Io ero arrivata a contemplare 150 minuti accademici. Direi che non fossimo compatibili.
Quando avevo circa 18 anni, invece, ho aspettato sotto pioggia e grandine il mio fidanzato dell’epoca, 22enne automunito. Doveva passarmi a prendere, ma ha preferito aspettare che spiovesse per non rischiare di bollare la macchina nuova con quei bei tocchetti di ghiaccio che cadevano dal cielo. Io ero ferma, vicino alla palina dei pullman interurbani, sulla statale. Ah, mentre aspettavo è anche passato il pullman ma non l’ho preso per evitare che lui arrivasse, non mi trovasse e aspettasse invano. Lui.
Credo che i miei problemi con il tempo abbiano un’origine. Un punto di partenza. Ho perso il primo giorno della prima elementare perché mia madre si è dimenticata che dovessi andare a scuola. Ci sono andata il giorno dopo, con l’affanno, e ho dovuto ricopiare sul quaderno il disegnino di una specie di omino vestito da donna con la scritta “io”. Mi sono sentita fuori tempo. È lì che mi sono disallineata, mi sa.
O sono in ritardo io o è in ritardo il resto.
Ho sempre capito troppo tardi che cosa volessi fare. Anche i miei problemi sono in ritardo: ho quelli di una ventenne ma di anni ne ho il doppio.
Ho scoperto in ritardo che Dave Gahan non fosse gay, quindi ho scelto Simon Le Bon da adolescente per ispirare la mia iniziale fregola sessuale. (E di questo ne ho già parlato, non mi è proprio andata giù.) Chissà che cosa sarebbe successo se avessi dirottato l’ormone su Dave. Magari mi sarei drogata un po’ di più.
Chissà che cosa sarebbe successo se avessi capito in tempo che un 35enne cocainomane non avrebbe sentito e tantomeno ascoltato il no di una 16enne.
E poi, dopo anni, chissà che cosa sarebbe successo se fossi andata via da quella casa la prima volta che l’ho pensato, invece di aspettare.
Chissà che cosa sarebbe successo se mi fossi imposta, invece di sperare che si accorgessero di me, prendendo nel frattempo quel poco che c’era come se non me lo meritassi.
Chissà che cosa succederebbe se non aspettassi che gli altri decidano che fare di me, ma facessi io di me qualcosa.

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