Analisi illogica di un periodaccio.

Te lo racconto io, senza che stai a leggere libri di addii, mancanze, assenze e distopie varie, che ti spiegano come fare per andare avanti in fondo a destra, tornare indietro o spostarsi di fianco e ripassare dal via.

Te lo racconto io come si sta da tristi di cuore.

Si sta che apri gli occhi al mattino e pensi al fatto che vorresti avere davanti non la parete, non il soffitto, ma i suoi capelli che spuntano dalle lenzuola. È bello quando dorme, non si direbbe, ma è così. Alla fine ti alzi, perché tanto non c’è altro da fare nel letto, mentre quando nel letto c’è lui, qualcosa da fare si trova sempre.

E da lì, la tristezza si siede su tutto quello che fai a partire dal caffè. Lo fai bene comunque, come l’hai fatto sempre, anche quando non eri sola però ti ci sentivi lo stesso.

Ci sono giorni in cui ti svegli e sai perfettamente che lui apre gli occhi in un altro letto, quello ufficiale, e se tutto funziona come quando è nel tuo, quello ufficioso, sai bene che cosa sta facendo. Non è un bel momento. Ti chiedi quanto ci sia di fisiologico, se sia una questione di croissant insomma, e speri che almeno con te sia stato meglio.

La sera è lo stesso. Fai fatica a prendere sonno perché il cervello parla da solo. O da solo o con lui, adagiato mollemente nella tua testa su una chaise longue di pelle bianca, mentre sorseggia un negroni sbagliato e spizzica quadratini di pizza. Sì, è così che te lo immagini. Non riesci a leggere o guardare cose serie perché sei distratta. Neanche cose medie perché appena si toccano emozioni ti parte la vena. Vanno bene solo i polizieschi, con serial killer e assassini vari, almeno son tutti morti e di sentimenti non si parla.

Attento però, mica un cuore triste sta a casa a piangere. Ma va, esce e se è il caso piange fuori. Perché prende la malinconia certe volte, la mancanza anche di quello che non è stato. E di cose che non sono state ce ne sono tante, ma tu sei veramente brava a immaginare e stai male lo stesso come ci fossero state.

Lavori, esci, vedi gli amici, fai il solito. E ti diverti, se capita. Però è come quando ti rompi un piede e hai il gesso. Subito la frattura fa male, poi il dolore si affievolisce ma resta una punta di fastidio e il peso dell’ingessatura. Senti di avere un pezzo che non va. (E non è un esempio a caso, perché io me lo sono rotto davvero. Avevo gli occhi da cerbiatta immersi nei suoi e non ho visto uno scalino.)

Sapessi com’è difficile col bel tempo, poi. Perché hai voglia di fare mille cose che starebbero benissimo con lui. Come un picnic al mare, per esempio. Ci starebbe. Non ti abbatti e lo farai da sola, pronta ad accogliere l’umore di merda che ne deriverà. D’altronde bisogna almeno provarci a vivere nella realtà, mica si può fare finta come lui. Quindi se hai voglia di vedere il mare ci vai, anche da sola, mentre auguri che gli venga la muffa a forza di stare dove ha deciso di stare.

Certo che ci provi a vivere nella realtà. Ci riesci pure. Perché sei tosta, te l’ha detto anche lui. Non hai molte alternative, non puoi non esserlo. Anche se nelle ultime settimane hai ceduto un po’ a causa di notizie tristi, brutte e pesanti come il marmo. Ecco, in questi casi non vorresti appioppargli i tuoi cubi di marmo, perché fanno parte della tua personalissima collezione di cubi, però vorresti che mentre li trascini come una stronza nel deserto ci fosse lui, a un certo punto, vestito come Lawrence d’Arabia che ti asciuga la fronte, ti sistema i capelli e ti dà del prosecco.

Invece sei spettinata, sudata e senza bollicine.

Succedono tante cose, ogni giorno. Alcune esilaranti e muori dalla voglia di raccontargliele perché sai che ne riderebbe con te per mesi. Altre che lo farebbero arrabbiare molto e riesci a immaginare la sua espressione quando ti riprende perché non fai valere le tue ragioni. Quanto ti servirebbe un po’ della sua razionalità ogni tanto, per ravvivare la tua. Così come a lui serve la tua fantasia per nutrire la sua.

Insomma, un periodaccio. Fatto anche di picchi di rabbia e giramento di palle, alcol in eccesso, tarli musicali e sviste. Mica solo malinconia, nostalgia e cose tristi.

Eh sì, perché se decidi di credere a tutto quello che ti ha detto, c’è l’enorme rischio che sia innamorato di te. Così ha detto. L’enorme rischio. L’ha detto con un po’ d’imbarazzo, perché sì, è un rischio ma è la verità, e lui non ce la fa a dire le cose. Piuttosto ti morde, ma non parla.

Quindi t’incazzi come una furia. Perché ti morde ma se ne va lo stesso, e si piazza in un angolino nascosto per guardarti fare tutto quello che fai e non perdersi nulla di te. E se ti perde di vista un attimo si infila nelle tue serate, sempre da lontano, con un cenno che sa bene che tu vedrai. E quel cenno tu lo vedi eccome e per i primi 10 minuti sei leggera di gioia perché sta pensando a te, cazzo! E magari rosica all’idea che tu ti sia distratta, forse soffre pure. Poi diventi una iena e gli strapperesti il cuore a mani nude perché quel cenno te lo fa mentre è sdraiato nel letto ufficiale. Come se lui avesse diritto a una vita reale e tu no. Tu devi restare sua, devota, a spargere petali profumati sulla via del suo ritorno, anche se non sa bene se ritorna, perché la via è tortuosa, non regalano frittelle e ha un po’ di raffreddore.

Nel frattempo la tua incazzatura vola alta e splendente nei cieli e illumina le notti tanta energia racchiude. Perché lui non è capace di giocare e neanche di fare sul serio. Giocare vorrebbe dire nascondersi, trovarsi, duellare come matti e finire in una camera da letto con una bella scorta di fazzoletti di seta da usare per le lacrime di coccodrillo. Fare sul serio vorrebbe dire venirti a prendere, guardarti negli occhi, da vicino, smetterla con le seghe, prendersi il rischio e goderselo.

E ti chiedi, mentre ti prendi a schiaffi da sola, perché provi quello che provi per uno così. Uno che con tutto il bene che ti può volere sembra che vederti felice sia l’ultimo dei suoi desideri. Uno che ti confessa che se pensa alla sua di felicità pensa a te, ma se ne va in vacanza con l’altra. Eh? Perché? Ti rispondi pure. Perché, contro ogni logica, pensi sia quello giusto, tolti quei due-tre difetti del cazzo che ha.

Questa è una delle due risposte che ti dai. L’altra è che la testa di cazzo sei tu, non lui. O meglio, anche lui ma soprattutto tu.

Vedi, la carta del destino io e questo qui ce la siamo giocata il 2 aprile di due anni fa. Da quel momento in poi, nulla è per caso, ma è per voglia.

(Ah, mi hanno detto – non so se sia vero, magari tu lo sai – che non sia necessario aspettare il weekend per distrarsi, ci si può distrarre in settimana, in pausa pranzo, mettendosi in mutua per finta, a cena, al cinema, in ufficio, in macchina e in altri luoghi o momenti. Mentre spargo i petali profumati cerco di informarmi, poi ti dirò se è vero.)

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