Divani e divani.

Da anni non metteva piede sul suolo britannico. 5 anni. L’effetto era sempre lo stesso.


La prima cosa che fece fu guardare il cielo, perché lì le nuvole correvano veloci. Dove viveva lei se era nuvolo, era nuvolo. Cioè grigio, abbastanza omogeneo.
Il cielo di Londra era così. In movimento come la città. Con il naso tirò su ricordi. Gli odori le erano rimasti dentro e li riconosceva, il resto delle cose erano cambiate. Nuovi palazzi, nuovi negozi, altri percorsi, altra gente. Gli odori invece erano gli stessi. Quelli della metropolitana, per esempio, erano due: sulla banchina di ferraglia calda, dentro un misto di birra e aglio. Poi gli odori delle cucine dei ristoranti, dell’aria condizionata. Perfino quello dell’immondizia era diverso da quello italiano.
Lucia le aveva promesso un regalo che non avrebbe dimenticato facilmente. E Lucia, con le sue stranezze, sarebbe stata capace di tutto. L’accolse abbracciandola per minuti interi.
La portò subito a casa perché si facesse bella. Così voleva. Le preparò un bagno caldo, le massaggiò i capelli con un balsamo nutriente e le lasciò una crema alle mandorle per la pelle. Criticò molto quello che Anna aveva scelto di mettersi per la serata. Non era certo elegante, neanche femminile. Per Anna sì, ma alla fine si convinse a osare un po’ di più con la scollatura a patto di tenere gli anfibi.
Lucia era una ex dom. Un’intensa carriera che Anna aveva seguito da fuori, passo passo. E se Lucia prometteva qualcosa di spettacolare sarebbe stata assolutamente in grado di soddisfare le aspettative.
Presero un taxi fino a un quartiere elegante di Londra, Lucia la accompagnò davanti all’ingresso di un edificio vittoriano, un portoncino blu, e le disse di stare tranquilla. Di godersi quello che sarebbe capitato all’interno di quella casa, dove avrebbe potuto fare tutto ciò che volesse e solo e soltanto ciò che volesse.
Una donna sulla quarantina, che si presentò come June, aprì la porta, fece accomodare Anna e la richiuse. L’accompagnò in una saletta con poltroncine, tappeti, specchi e una sontuosa toilette. Una parete era occupata da due porte scorrevoli. June le disse di spogliarsi e le chiese se preferisse il bianco o il nero. Il nero, naturalmente. La donna fece scorrere una delle due porte rivelando una cabina armadio e le disse di scegliere. Non si era mai trovata davanti a un paradiso di lingerie così. Mai. Tutta nera. Tutta nuova. Scansò corpetti, reggicalze, quello che riteneva troppo da troiona e quello che reputava scomodo. E se il programma fosse stato quello di dissertare di filosofia per un paio d’ore? Sarebbe stato orribile stare seduta a lungo strizzata in cose che ti impongono una forma che non hai. Andò dritta verso un marchio che conosceva bene, minimale, geometrico, niente pizzi. Poi scelse un kimono di seta con un taglio un po’ asimmetrico. Si guardò negli specchi, in fondo non era male, aveva scelto bene: il completo le rendeva giustizia e le dava anche un po’ di gloria.
June l’accompagnò in un’altra stanza, la fece accomodare su un divano scuro, un Chesterfield molto probabilmente originale visto il resto dell’arredamento, e le consegnò una lettera. Anna lesse che cosa sarebbe successo e accettò.
Indossò una maschera di tessuto spesso, come quelle che si usano in aereo per dormire. Niente più luce, niente più contorno delle cose. Solo suoni e profumi. Si chiese se le stesse bene quella mascherina o se le facesse risaltare il naso. Non si era mai piaciuta con le mascherine oltre a sentirsi ridicola. Si chiese anche, tornando al paradiso di lingerie dello spogliatoio, se non avesse potuto cogliere l’occasione di scegliere il bianco. Non lo indossava mai. A casa aveva giusto un completo, per correttezza. E poi che bianco avrebbe trovato nell’altra cabina? Ottico? Latte? Avorio? Panna? Sentì entrare alcune persone, scalze forse, il suono dei passi era ovattato, smise di pensare a queste stronzate da femmina noiosa e si concentrò sull’ondata di imbarazzo che la stava sommergendo. Da cosa riportava la lettera, sarebbero entrati 10 uomini. June le toccò una spalla per avvertirla della sua presenza, la aiutò ad alzarsi e le fece fare qualche passo avanti.
Il numero 1 si posizionò a pochi centimetri da lei. Lo sentiva respirare. Si avvicinò impercettibilmente a lui per sentirne l’odore. Annusò il collo, il viso. Chiese di tenerlo. Non era sicura, era il primo.
Si avvicinò il numero 2, lei dissentì scuotendo la testa e lui si allontanò. Sentì la porta aprirsi e chiudersi.
Sul numero 3 si soffermò. Cercò di respirare il suo profumo, la punta del naso appoggiata al collo. Sfiorò il suo viso con la mano e la curva delle spalle per scoprire come fosse la pelle. Decise di tenere anche lui.
Scelse pure il numero 7 e il 9.
Chiese di nuovo il numero 1. Questa volta si avvicinò di più al corpo di lui, sfiorandolo con la seta della vestaglia. Restò così per un po’, fino a respirare al suo ritmo. La pelle era spessa, forse anche rasata. Non le piacevano i tipi con il corpo rasato. O quelli troppo curati. Pensava che un uomo che spendesse più di lei in profumeria non facesse al caso suo. Lo mandò via e fece lo stesso esperimento con gli altri.
Scelse il numero 7.
Dopo un leggero trambusto la stanza si fece silenziosa. Il numero 7 le si avvicinò fino a sfiorarla, Anna sfilò il kimono e lasciò che la sua pelle aderisse a quella di lui. Aspettò di nuovo che il loro respiro si facesse armonico. Aveva un respiro pieno e calmo. E il suo odore era appagante, caldo e secco. Che strano regalo. Giocare con il suo naso, che un po’ le stava antipatico, non le era mai piaciuto granché. Cominciò a pensare al suo viso, alla maschera, al completino nero e non bianco. Oddio lui non era bendato, poteva vederla. Chissà se la trovava attraente. Sicuramente era pagato per quello che stava facendo. L’avrebbe scelta lui, se il gioco fosse stato al contrario? L’avrebbe notata in un bar? Magari pizzicava la erre. Magari aveva una voce di merda. O ballava latino-americano. Avrebbe riso delle sue battute? Le avrebbe capite? Inglese a parte. Magari ascoltava Michael Jackson. Cazzo, no. Si stava distraendo. Forse per l’imbarazzo della situazione. Fino a quel momento non le era venuto da ridere. Ma sarebbe bastato un attimo. Ancora un paio di pensieri tipo air guitar, difetti di pronuncia, calzini bianchi di spugna ed era fatta.
Numero 7 recuperò la sua attenzione prendendole la mano e portandosela al viso. Anna cominciò ad accarezzarlo, per immaginare i lineamenti, la bocca, l’attaccatura dei capelli, il naso, le orecchie. Il collo e le spalle. Volle studiare le dita delle sue mani. Lui si lasciò respirare e sfiorare. Che bel respiro che aveva, sembrava così rilassato, maestoso. Pensò che la potesse inalare, come se lei fosse aria, aria nera. E ci sarebbe stata tutta nei suoi polmoni, nel torace, nel corpo.
Volle assaggiarlo. Avvicinò le labbra alle sue e lo baciò piano, per sentire la sua lingua, il suo gusto. Era buono. Era morbido.
Li separava solo un po’ di tessuto. Troppo poco per nascondere che cosa il bacio avesse innescato. Il contatto delle labbra era stato il segnale. Numero 7 cominciò a ricambiare il suo tocco seguendo il profilo del reggiseno.
Nel taxi che l’aspettava davanti al portoncino blu, trovò Lucia, seduta, che la guardava con un mezzo sorriso e lo sguardo ammiccante.
“Ottimo. Davvero ottimo. Tutto molto buono.” Disse Anna, inspirando profondamente.

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4 pensieri su “Divani e divani.

  1. Due cose:
    Bello il Chesterfield, ma farci qualcosa sopra, cara Scirli, è impensabile. Scomodissimo.
    Bella la suspence eh, ma che succede lo vorrei leggere. Perché io mi immagino che tu possa anche ridergli in faccia e mi si smonta l’immaginario.

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  2. Taaaanto taaaanto tempo fa, in gioventù, provai a dormirci e, addirittura, a farci del sesso sopra. Ammetto, non era originale ma una volgare imitazione. Non venne bene nessuna delle tue cose.
    Ah, annoiami sempre, annoiami tanto.

    Piace a 1 persona

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