Lasciata ogni speranza.

Uno aveva un difetto di pronuncia mai sentito, che avrebbe reso ostile anche il più gradevole degli esseri umani.

Il tr diventava z. Quindi un trattore diventava un zattore. Un tradimento diventava un zadimento. Una troia diventava una zoia.

L’altro aveva la s che sembrava una f. Più banale.

Erano due individui che da qualche giorno coloravano le sue giornate di fastidio e di una punta di timore. Il primo era un collega, il secondo un vigilante. Era finita a fare la portinaia in una sede dell’università di medicina. Nella vita non si finisce mai di crescere ma non è detto che si cresca verso l’alto.

Sì, era snob, molto più di quanto pensasse. Non gradiva le persone con cui lavorava, le erano capitati personaggi ottusi, ignoranti e in questo caso pure viscidi.

Era snob anche perché la infastidiva farsi vedere in quel ruolo. Forse per la paura di essere considerata pari a quei personaggi, con la stessa pochezza e grettezza. Avrebbe voluto mettersi un cartello al collo con scritto “sono qui, ma non sono come loro, purtroppo ho famiglia da mantenere e devo arrangiarmi con quello che trovo perché il mio lavoro principale non è sufficiente”. Troppo lungo. Magari da riassumere in “avrei potuto fare grandi cose ma ho fallito”. Meglio.

Si vergognava. E si vergognava di vergognarsi.

Le passavano davanti studenti e professori. Gli studenti erano quelli che cercavano di farcela. I professori ce l’avevano fatta. Lei era dietro un vetro a guardare le aspirazioni e le soddisfazioni altrui.

Una metafora azzeccata della sua vita.

La palazzina era un distaccamento della facoltà, con laboratori, aule studio, biblioteche e uffici. I laboratori erano nel seminterrato. Non avrebbero potuto essere in luogo più oscuro. Era buio, luci al neon nei corridoi, porte massicce chiuse a chiave. C’era un odore di muffa o forse di cadavere. La muffa sui muri non c’era, mentre dietro quelle porte chiuse, chissà, avrebbero potuto esserci dei cadaveri.

La sua mansione più importante era chiudere l’edificio e non lasciare dentro nessuno. Il primo giorno di lavoro il collega le aveva fatto fare un giro, mostrandole le uscite da controllare, le finestre difettose, le porte da chiudere. Ci voleva un’ora per fare tutta l’operazione. Almeno. Aveva registrato un vocale di 47 minuti con le istruzioni mentre percorreva i corridoi sotto la guida del tizio dal tr assente. Il secondo giorno, da sola, aveva impiegato 1h40’ dimenticando un piano. Aveva passato la notte col pensiero che qualcuno fosse rimasto negli uffici. Il terzo giorno il vigilante dalla s puffosa le aveva detto che fosse proprio una bella ragazza e che avrebbe potuto accompagnarla nei sotterranei. La cosa le aveva fatto talmente ribrezzo che non solo aveva seccamente declinato l’offerta, ma aveva anche iniziato a sudare di paura. È un sudore diverso dal solito quello della paura, la pelle delle ascelle pizzica oltre a inumidirsi.  

Nei giorni a seguire era diventata più veloce. Aspettava che il vigilante finisse il turno e lo chiudeva fuori, prendeva i mazzi di chiavi e partiva. Avrebbe voluto un cinturone a cui appendere le chiavi, per sfoderarle davanti alla porta giusta. Cantava nei corridoi, come faceva da bambina quando le chiedevano di andare in cantina a prendere qualcosa. Che paura aveva della cantina.

Si era abituata ai laboratori, a quel brividino che la percorreva quando spegneva le luci, man mano, e tutto si faceva scuro e silenzioso. Le venivano in mente i film del terrore visti e pure quelli immaginati. Camminava svelta. Una volta si era fermata al buio, in mezzo al corridoio e aveva aspettato per vedere quanti minuti potesse resistere. Non l’aveva capito, perché si era dimenticata di guardare l’ora prima di cominciare l’esperimento. Che rincoglionita.

Per alleviare la tensione e la noia immaginava grandi scopate nelle aule, nelle biblioteche, sbattuta contro la bacheca studenti, in ascensore e, naturalmente, nei laboratori, in uno in particolare. Le grandi scopate erano le sue, e i candidati erano un paio di professori che trovava particolarmente intriganti, i quali, a turno, un giorno l’uno e un giorno l’altro, la coinvolgevano in passionali incontri a volte premeditati, a volte a sorpresa. Se avesse scopato così tanto come immaginava, forse il sesso l’avrebbe già annoiata da un pezzo.

Perché con la fantasia era bravissima, con la realtà molto meno.

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8 pensieri su “Lasciata ogni speranza.

  1. tu sei meravigliosa, sei luce nel mondo e acqua dolce e pulita, diversa da quella del vostro denso fiume. e io, io ancora mi rammarico di essere troppo poco per te, di non essere abbastanza da sottrarti alla tua orribile realtà, di essere solo un amore occasionale anche se ripetuto, periodico come il tuo seno.

    ma tu per stare male ce ne metti di tuo, eh.

    nel frattempo ho ancora in mente il tuo profumo dell’altra sera, lo avevi addosso anche mentre il portinaio ti diceva che sei bella?

    rispondi a tono.

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